Agricoltura biologica: pregi e qualche difetto

C’è una tecnica di coltivazione e allevamento che minimizza l’impatto umano sull’ambiente, grazie alla rotazione delle colture, l’uso efficiente delle risorse e la riduzione drastica dell’uso dei pesticidi. Somiglia per molti aspetti all’agricoltura tradizionale preindustriale e gli spagnoli la chiamano agricoltura ecológica, mentre negli altri paesi, Italia compresa, si chiama più infelicemente agricoltura biologica, un termine dal senso meno chiaro.

Logo europeo dell’agricoltura biologica

A parte il nome, la procedura è la stessa in tutta Europa e strettamente regolamentata da un quadro normativo comunitario. Il logo presente sulle confezioni dei prodotti biologici, che devono avere almeno il 95% degli ingredienti provenienti dall’agricoltura biologica, è una fogliolina verde con le stelle che ricordano la bandiera europea. Nel mondo vi sono altri marchi simili, come l’USDA Organic americano, con una normativa analoga.

Un altro aspetto del marchio biologico, indipendente dalla sostenibilità ambientale, è quello di andare incontro a certe preferenze dei consumatori, per esempio limitando l’uso di conservanti e coloranti. La lista degli ingredienti di un tipico prodotto biologico risulta così molto più breve e comprensibile di quella dell’omologo non biologico, dove spesso troviamo una serie interminabile di additivi che cominciano con la lettera E. È questo aspetto che, unito all’assenza di tracce di pesticidi, rende i prodotti biologici più naturali, salutari e genuini agli occhi dei consumatori.

Il fenomeno del bio ha riscosso un discreto successo negli ultimi dieci anni, ma resta ancora quasi una nicchia del mercato, a causa del maggior costo dei prodotti e anche per via di un certo scetticismo sull’efficacia di tale metodo. Alcuni pensano, a torto, che sia una specie di truffa. Chi ha ragione? L’agricoltura biologica è davvero ecologica? E i cibi bio sono davvero più salutari? Secondo Vertenvie, pur con qualche difetto, l’agricoltura biologica è sotto molti aspetti migliore dell’agricoltura convenzionale. Per comprendere i pregi (molti) e i difetti (pochi) dell’agricoltura biologica, facciamo prima un elenco delle sue principali caratteristiche:

  • tutte le tecniche devono limitare il più possibile l’inquinamento dell’ambiente
  • forte limitazione dei pesticidi sintetici, e preferenza per quelli naturali, compatibilmente col punto precedente
  • divieto di fertilizzanti sintetici; i fertilizzanti naturali più comunemente utilizzati sono il letame e il compost
  • rotazione delle colture, per preservare la fertilità naturale del terreno e ridurre l’uso di pesticidi
  • sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, in particolare del suolo e dell’acqua
  • impegno nella preservazione della biodiversità
  • divieto dell’uso di organismi geneticamente modificati (OGM)
  • negli allevamenti, divieto di antibiotici preventivi e ormoni che stimolino artificialmente la crescita o la produzione di latte degli animali
  • è ammesso somministrare farmaci agli animali solo se strettamente necessario, prediligendo, quando possibile, i trattamenti omeopatici e fitoterapici
  • tendenza a valorizzare i diritti degli animali, che hanno a disposizione ampi spazi per pascolare e a cui viene risparmiata per quanto possibile la sofferenza durante il trasporto e la macellazione
  • limitazione dell’uso di additivi, intesi come ingredienti con funzioni più tecnologiche che alimentari (sono i famosi “E” che vediamo spesso tra gli ingredienti dei prodotti non biologici)
  • molti dei principi precedenti sono estesi anche all’acquacoltura, ovvero all’allevamento di organismi acquatici (pesci, crostacei, molluschi, alghe)

Per avere più dettagli si può leggere direttamente il regolamento ufficiale.

Il principale pregio dell’agricoltura biologica, intimamente legato alle sue origini storiche, è certamente la limitazione dei pesticidi (dall’inglese pest, organismo dannoso), ovvero erbicidi, insetticidi e fungicidi. Gli studi che mettono in luce i rischi per la salute umana dell’esposizione ai pesticidi non fanno che moltiplicarsi. Le categorie più a rischio sono ovviamente gli agricoltori o comunque tutte le persone che lavorano o vivono vicino ai campi. L’esposizione abituale a certe classi di pesticidi è stata direttamente collegata a un aumento consistente di neuropatie, disturbi ormonali, Parkinson e tumori (leucemie, linfomi e mielomi).

A questi rischi da contatto diretto bisogna aggiungere anche i rischi da contaminazione ambientale. I pesticidi più persistenti contaminano terreni, falde acquifere e atmosfera, e possono accumularsi nella catena alimentare. Basta leggere il rapporto 2014 dell’ISPRA, che mostra un’ampia diffusione della contaminazione in Italia. Nel 17% dei campioni delle acque superficiali e nel 6% dei campioni di acque sotterranee la concentrazione di pesticidi è risultata superiore a quella fissata dagli standard di qualità ambientale. Ovviamente nelle vicinanze delle zone agricole la contaminazione è molto più grave.

La questione dei rischi collegati al consumo di prodotti è invece meno chiara. Il rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare del 2013 è piuttosto ottimista sulla sicurezza dei cibi prodotti in Europa; in effetti di solito non restano che delle piccolissime tracce di pesticidi nel prodotto finale, e i singoli principi attivi superano raramente i limiti di legge. Ma non mancano i campanelli d’allarme. Ad esempio il rapporto Dossier Stop Pesticidi 2015 di Legambiente sottolinea i rischi del multiresiduo trovato nel 17% dei campioni analizzati in Italia.

Pesticida Lasso
Agricoltore intento a travasare il potente erbicida Lasso, vietato nell’Unione Europea dal 2006. Fonte: Wikimedia Commons

L’agricoltura intensiva convenzionale opera alle soglie della legalità, e questo non è affatto buono per l’ambiente, perché legislazione e standard ambientali sono spesso sfasati. Molte sostanze ammesse in agricoltura convenzionale sono estremamente tossiche e i limiti di legge attuali non garantiscono la salute dell’ambiente e dei lavoratori. L’agricoltura biologica al contrario utilizza un principio di precauzione, sta più attenta ai campanelli d’allarme e tende ad allinearsi con gli standard ambientali.

I difetti del biologico? La bassa qualità scientifica di alcune parti del regolamento. Leggendolo con attenzione si possono infatti scovare diversi elementi pseudoscientifici come i richiami all’omeopatia ed espressioni quali “medicinali allopatici di sintesi chimica”, che possono far cadere le braccia a uno scienziato. In più il testo non solo non fornisce le definizioni dei concetti, di per sé ambigui, di sostanze naturali e di sintesi, ma non spiega nemmeno il motivo dell’accanimento contro le sostanze sintetiche. E questo è un grosso problema. Vediamo perché.

Immaginiamo che una sostanza sintetizzata in laboratorio abbia la stessa composizione chimica di una sostanza comunemente presente nell’ambiente. Ora, se ne vietiamo l’uso fitosanitario per il solo motivo che non ha un’origine naturale stiamo commettendo un errore madornale di fisica elementare, perché nella fattispecie le due sostanze, naturale e sintetica, sono chimicamente identiche. Anzi, sono proprio la stessa sostanza! Se questo fosse davvero il motivo del divieto delle sostanze sintetiche l’impalcatura del regolamento biologico cadrebbe come un castello di carte al vento.

Purtroppo il regolamento non fornisce ulteriori spiegazioni sulla preferenza delle sostanze naturali, e quindi si presta a interpretazioni paradossali come quella precedente. Non è un difetto di poco conto, perché minando le fondamenta scientifiche può far perdere credibilità al marchio. Se si vuole vietare l’uso delle sostanze di sintesi, bisogna giustificarlo, caso per caso. Ad esempio un buon motivo per preferire l’estrazione di un principio attivo da una pianta, con semplici procedimenti meccanici, rispetto alla sintesi chimica della stessa sostanza, potrebbe essere quello del minore impatto ecologico (consumo energetico, inquinamento) dell’estrazione naturale rispetto alla sintesi industriale.

Un po’ diverso è il caso della sintesi di sostanze che non sono comunemente presenti nell’ambiente. La riduzione dell’uso agricolo di queste sostanze “nuove” (o “artificiali”, o “sintetiche”, che dir si voglia) si potrebbe inquadrare in un principio di precauzione: per precauzione, è meglio non immettere nell’ambiente grandi quantità di sostanze il cui effetto sugli ecosistemi è del tutto sconosciuto. Visto che numerosi pesticidi sintetici si sono poi rivelati pericolosi per gli organismi non target, compresi gli esseri umani, questo principio non è affatto irragionevole.

Bisogna tuttavia osservare che esistono moltissime sostanze naturali tossiche o addirittura cancerogene alla stregua delle sostanze sintetizzate dall’uomo. Ma per fortuna in agricoltura biologica la discutibile equazione “naturale=salutare” non vale sempre. Infatti non tutte le sostanze naturali sono ammesse. Soltanto quelle presenti nella lista bianca del regolamento (allegato II). Questa lista non è immutabile; viene modificata nel tempo in base alle raccomandazioni di gruppi di esperti indipendenti e alle nuove prove scientifiche. Insomma, il regolamento del biologico, pur essendo molto coerente coi principi dell’ecosostenibilità, manca di rigore scientifico.

Basta con le critiche. Torniamo ai pregi dell’agricoltura biologica. In una società consumistica si è portati a considerare gli animali d’allevamento come oggetti, il cui unico scopo è quello di essere serviti sulla nostra tavola. Questo sistema così inumano di fabbricazione della carne ha portato molta gente ad adottare una dieta vegetariana o vegana, una scelta da questo punto di vista rispettabile. Anche chi non è vegetariano dovrebbe consumare la carne moderatamente non solo per i motivi etici ma anche per l’enorme impatto ambientale degli allevamenti in termini di risorse ed emissioni di gas serra.

Il regolamento dell’agricoltura biologica impone che gli animali abbiano ampi spazi a disposizione, possano pascolare all’aperto e non vengano sfruttati eccessivamente, come avviene ad esempio per le mucche da latte negli allevamenti intensivi. Si prendono inoltre particolari precauzioni al momento della macellazione per limitare la sofferenza. Il benessere degli animali e il loro tipo di dieta, più sana nell’allevamento biologico, si traducono anche in un miglioramento della qualità della carne.

Faretrade International
Faretrade International è la più grande organizzazione di commercio equo e solidale

Infine, sebbene non specificato nel regolamento, il marchio biologico tende per ragioni di affinità ad associarsi alle forme di commercio equo e solidale con i paesi più poveri (fair frade in inglese), le quali vietano il lavoro minorile, garantiscono ai produttori un giusto compenso e assicurano che parte dei ricavati venga spesa per lo sviluppo delle comunità locali. È un’arma efficace contro la fame e la povertà.

Molti consumatori scettici mettono in dubbio l’onestà delle aziende biologiche. Chi controlla se queste rispettano il regolamento? La certificazione di agricoltura biologica non si basa sulle autodichiarazioni del produttore ma su controlli indipendenti e rigorosi da parte di enti autorizzati. Diventare agricoltori biologici non è un processo breve. Richiede delle ispezioni preliminari e successivamente un lungo periodo di “disintossicazione” del terreno, che può durare due o più anni a seconda dell’uso precedente. Se le ispezioni preliminari vanno a buon fine, l’azienda candidata può avviare la conversione, e solo alla fine della conversione potrà esporre il marchio biologico sui propri prodotti.

Ma non finisce qui, perché per mantenere il marchio ottenuto le aziende devono prestarsi ad ispezioni a sorpresa e all’analisi dei campioni prelevati. Inoltre devono documentare ogni passaggio della catena produttiva sui registri predisposti dal Ministero. La serietà dei controlli è nell’interesse delle aziende che vogliono assicurare la massima credibilità al marchio. L’elenco degli organismi di controllo certificati dal Ministero si può trovare sul sito del Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica.

Per esseri sicuri che un prodotto provenga da agricoltura biologica bisogna verificare la presenza del logo ufficiale, e non basta che sulla confezione ci sia scritto 100% naturale. Nei supermercati o mercati biologici si trovano anche prodotti sfusi, senza imballaggio. In questo caso è il rivenditore, che a sua volta è controllato da enti indipendenti, a garantire la presenza del marchio su tutti i prodotti.

Si può concludere con una speranza per il futuro. Se un giorno l’agricoltura convenzionale assorbisse di più i principi di protezione ambientale e stesse più attenta alla salute delle persone, in particolare quella dei lavoratori agricoli, forse l’agricoltura biologica non avrebbe più ragione di esistere. È questo che spera Vertenvie, che non ci saranno più due agricolture, una rispettosa dell’ambiente e l’altra no, ma una sola, chiamata semplicemente agricoltura. Senza omeopatia. 😉

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