Homo sapiens avvisato mezzo salvato

La società moderna va a combustibili fossili. Scaldarci, cucinare, illuminare case e strade, spostarci in macchina o in aereo, fabbricare i prodotti che consumiamo. Tutte queste attività così familiari hanno bisogno di una fonte di energia. Oggi a livello mondiale la maggior parte dell’energia necessaria (80%) proviene da fonti fossili, ossia petrolio, carbone fossile e giacimenti di gas naturale. Solo il 15% dell’energia viene ricavato da fonti rinnovabili, e la piccola parte restante dalla tecnologia nucleare.

temperature anomaly
Mappa dell’aumento della temperatura superficiale dal 1901 al 2012. Fonte: IPCC 2013

Sebbene i combustibili fossili abbiano reso possibile l’industrializzazione e con essa lo sviluppo economico, è arrivato il momento di voltare pagina. Il loro consumo rilascia nell’atmosfera dei gas a effetto serra che provocano un pericoloso aumento della temperatura terrestre, detto riscaldamento globale, che comprende l’atmosfera, la superficie dei continenti e gli oceani. In realtà l’effetto serra è un fenomeno essenziale per la vita perché mantiene la superficie della Terra alla temperatura media “confortevole” di 15 °C, ma le emissioni antropiche lo stanno amplificando, al punto che dall’inizio dell’industrializzazione la temperatura è aumentata di 0,85 °C, quasi un grado. Tre quarti di queste emissioni sono costituite da anidride carbonica (CO2) e il resto da metano, ossidi di azoto e altri gas. Il riscaldamento globale è responsabile del cambiamento del clima già osservato praticamente in ogni regione del mondo e rappresenta forse la più grande minaccia che l’umanità abbia mai subito.

Per capire meglio la perturbazione che l’uomo sta apportando alla Terra, ricordiamo che l’anidride carbonica, composta da carbonio e ossigeno, è naturalmente presente nell’atmosfera e fa parte del ciclo del carbonio, ossia la circolazione di carbonio tra atmosfera, oceani, terreno, piante e animali. Ma bruciando i combustibili fossili, che si sono formati milioni di anni fa con dei lunghi processi geologici, l’uomo sta reimmettendo nel ciclo ingenti quantità di carbonio ad un ritmo che non ha precedenti nei record geologici. L’alterazione del ciclo del carbonio comporta sia l’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera, e quindi il riscaldamento globale, sia l’acidificazione degli oceani. Infatti una grande parte delle emissioni antropiche di CO2, circa il 30%, viene assorbita dalle acque del pianeta le quali subiscono un graduale processo di acidificazione. L’effetto combinato di riscaldamento e acidificazione delle acque minaccia gli ecosistemi delicati come le barriere coralline da cui dipendono direttamente un quarto delle specie marine.

Le emissioni antropiche di metano (CH4) rappresentano il 14% del totale e sono dovute essenzialmente all’agricoltura e all’allevamento intensivo (flatulenze del bestiame, stoccaggio di letame) ma anche in minor parte alla putrefazione dei rifiuti nelle discariche e alle fughe di gas. Il protossido di azoto (N2O) è un altro potente gas serra il cui eccesso nell’atmosfera è generato dall’uso di fertilizzanti sintetici.

Infine c’è la deforestazione, che avviene soprattutto nelle regioni tropicali, responsabile ogni anno del 20% delle emissioni. Si ottiene principalmente con la tecnica del “taglia e brucia”. Tagliando gli alberi, si privano grandi aree del pianeta della capacità fotosintetica e quindi d’immagazzinare carbonio sottraendo CO2 dall’atmosfera. Bruciando il sottobosco rimanente o gli stessi alberi tagliati si libera nell’aria, sotto forma di CO2, il carbonio immagazzinato dalle piante. Nonostante sia in diminuzione, la deforestazione procede ancora a ritmi insostenibili; se si vuole mitigare il cambiamento climatico bisogna fermarla e pensare a riforestare il più possibile le aree verdi perdute.

Il sistema climatico non può non “accorgersi” delle tonnellate di gas a effetto serra che i 7 miliardi di persone sulla Terra rilasciano direttamente e indirettamente ogni giorno nell’aria. L’atmosfera è una sottile pellicola d’aria che avvolge il nostro pianeta, così sottile che il 90% della sua massa si trova sotto i 16 km di altitudine. Non stupisce dunque che l’uomo sia riuscito ad alterarne considerevolmente la composizione chimica. Dall’inizio del secolo scorso siamo passati da 280 a 400 parti per milione (ppm) di CO2 atmosferica, un livello sicuramente mai raggiunto negli ultimi 800.000 anni, e probabilmente pari a quello di 3 milioni di anni fa.

Il riscaldamento globale ha già prodotto visibili cambiamenti al sistema climatico: fusione di ghiacci e riduzione della copertura nevosa, innalzamento del livello del mare e intensificazione di estremi meteorologici quali siccità, piogge torrenziali e ondate di caldo, con conseguenze economiche e sanitarie tutt’altro che trascurabili. Purtroppo questi effetti negativi si amplificheranno nei prossimi anni perché le emissioni di gas serra non accennano a diminuire, la febbre della Terra è in salita e non si può fermare il termometro da un giorno all’altro.

proiezione della temperatura
Aumento della temperatura previsto per la fine del secolo (rispetto alla media 1986-2005). In rosso: scenario senza abbattimento delle emissioni. In blu: scenario con una forte mitigazione delle emissioni. Lo scenario blu manterrebbe il riscaldamento globale al di sotto di 2 °C rispetto alla temperatura preindustriale. Fonte: IPCC 2013

Quale futuro ci aspetta dipende soprattutto dagli sforzi che si faranno nei prossimi anni per ridurre le emissioni. Il quinto rapporto 2013-2014 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU ribadisce con forza il pericolo del cambiamento climatico e la necessità di prendere misure urgenti. Secondo l’IPCC è possibile mantenere il riscaldamento globale sotto la pericolosa soglia di 2 °C rispetto alla temperatura preindustriale, meglio ancora al di sotto di 1.5 °C. Per ottenere questo ambizioso obiettivo dobbiamo tagliare di almeno il 40% le emissioni di gas serra entro il 2050 fino ad annullarle verso la fine del secolo, e possibilmente sviluppare su larga scala le tecnologie di cattura di CO2. Se al contrario non agiamo prontamente si avrà con ogni probabilità un ulteriore aumento della temperatura superficiale compreso tra 3 °C e 5 °C entro il 2100, con conseguenze catastrofiche e irreversibili sulla biosfera.

Queste variazioni di temperatura previste per fine secolo sembrano modeste comparate a quelle a cui siamo abituati quotidianamente, come tra un giorno e un altro, tra un luogo e un altro, o tra il giorno e la notte, che possono essere ben più ampie. Ma non bisogna confondere la temperatura che percepiamo sulla nostra pelle in un dato luogo e istante con la temperatura media globale. Basti pensare che durante l’ultimo periodo glaciale, quando buona parte dell’Europa e del Nord America era ricoperta dal ghiaccio e il livello del mare era almeno 120 metri più basso, la temperatura media globale era più bassa di soli 5-6 °C. Oppure che durante il Pliocene, 3 milioni di ani fa, la concentrazione di CO2 atmosferica era probabilmente simile a quella odierna (400 ppm), la temperatura era 2-3 °C più alta e i mari 25 metri più elevati.

Inoltre sappiamo dalle simulazioni che il riscaldamento globale non è reversibile su tempi brevi, nel senso che dal momento in cui le emissioni antropiche cesseranno, la Terra si manterrà calda, alla massima temperatura raggiunta, senza più raffreddarsi per secoli, forse per millenni, coi ghiacci che continueranno a sciogliersi. L’irreversibilità è forse la ragione più importante per cui bisogna evitare a tutti i costi che il riscaldamento superi la soglia di 2 °C.

Ma c’è anche un altro motivo. Superata questa soglia i fenomeni di tipo “circolo vizioso”, la cui entità è affetta da molta incertezza, potrebbero farci sfuggire di mano la situazione. Per esempio la riduzione dell’estensione dei ghiacci fa sì che una minore quantità di luce solare venga riflessa nello spazio, amplificando così il riscaldamento, il quale a sua volta fa sciogliere più ghiaccio. Similmente, il decongelamento del permafrost, un terreno perennemente ghiacciato caratteristico delle regioni polari, rilascia una grande quantità di metano; così l’effetto serra aumenta e il permafrost tende a scongelarsi di più.

Dunque dobbiamo scegliere quale futuro vogliamo molto rapidamente. Se continuiamo a bruciare i combustibili fossili al ritmo di oggi il cambiamento climatico avrà un effetto dirompente entro poche decine di anni. I rischi sono innumerevoli e dipendono dalla regione considerata, ma nessun essere umano è davvero al riparo. Ne citiamo alcuni: inondazioni delle coste per l’innalzamento dei mari, inondazioni dovute a piogge torrenziali, tempeste più violente, aumento della mortalità per ondate di caldo e malattie, diminuzione della produttività dei raccolti, incendi boschivi più frequenti, diminuzione dell’acqua dolce disponibile, declino di ecosistemi. Sarebbe una catastrofe a livello sanitario ed economico. In un simile scenario il rischio di destabilizzazione sociale e conflitti violenti estesi sarebbe chiaramente molto alto, anche in Europa.

Da quanto abbiamo visto emerge che la civiltà umana potrebbe essere sull’orlo di un fragoroso tracollo. Per molti anni l’attenzione dei media e di alcune ONG si è focalizzata solo su alcuni aspetti del riscaldamento globale, veicolando immagini di orsi polari in pericolo per lo scioglimento dei ghiacci, o di città a rischio di inondazione, il che è riduttivo rispetto alla gravità e la complessità del problema. Le emissioni di gas serra e in generale lo sviluppo insostenibile della società umana stanno modificando l’ambiente troppo velocemente rispetto alla capacità di adattamento di molti organismi. In queste condizioni le estinzioni di massa sono più la regola che l’eccezione, e basta studiare la storia della vita sulla Terra per convincersene. Non sono solo gli orsi polari a essere in pericolo, ma la maggior parte delle forme di vita vegetale e animale, compreso Homo sapiens, che per quanto si creda “sapiente” sta invece dimostrando tutto il contrario, mutando gli equilibri ecologici a suo sfavore in un clamoroso autogol planetario.

Padre e figlia di Homo Sapiens, una specie di ominidi a rischio di estinzione
Padre e cucciolo di Homo sapiens, una specie di ominidi a rischio di estinzione. Fonte: Pixabay

Per avere qualche chance di scongiurare la catastrofe non bisogna emettere più di 800 miliardi di tonnellate di carbonio tra l’inizio della rivoluzione industriale e la fine del XI secolo. Possiamo pensare questa cifra come il nostro budget di carbonio. Circa 500 miliardi di tonnellate, più della metà, le abbiamo già spese. Ce ne restano altre 300 da spendere, sapendo che le fonti fossili non ancora utilizzate ne contengono almeno altre 1000. Quindi bisogna voltare pagina, e in fretta; passare a fonti sostenibili e rinnovabili di energia. Usando le parole dello stesso IPCC, il messaggio da recepire è il seguente: “Per limitare il riscaldamento globale a 2 °C, la maggior parte dei combustibili fossili deve rimanere sotto terra”. Homo sapiens avvisato, mezzo salvato.

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