La politica siamo noi

La preservazione dell’ambiente naturale è un requisito fondamentale per il benessere di una società. Per questo ogni buona politica dovrebbe avere a cuore l’ecologia, indipendentemente dallo schieramento politico. Eppure l’ecologia, nel suo significato proprio di scienza come pure nell’accezione ormai comune di ecologismo, stenta a entrare nelle istituzioni e nell’opinione pubblica con la forza necessaria, forse anche per colpa di un preoccupante e diffuso analfabetismo scientifico sia dentro che fuori i palazzi del potere.

Parlamento europeo a Strasburgo
Parlamento europeo a Strasburgo. Fonte: David Iliff / CC BY-SA

Nonostante gli allarmi lanciati dagli esperti e le decennali campagne di sensibilizzazione svolte da numerose ONG, ancora troppe persone continuano a sottovalutare i problemi ambientali. Così, mentre il mondo sta entrando in una profonda crisi ecologica, viviamo tra i mille impegni quotidiani senza pensare a come lasceremo la Terra ai nostri figli. È un nostro diritto, ma anche un dovere di cittadini, essere informati sullo stato dell’ambiente, affinché ciascuno possa fare la sua parte per migliorarlo. O almeno così dovrebbe essere in ogni paese civile.

Le conoscenze in ambito ecologico sono il più delle volte alla base dello sviluppo nell’individuo di un’attitudine al rispetto dell’ambiente naturale. Ma l’ecologia è un tema complesso e interdisciplinare. Questo fa sì che anche chi è sensibile e cerca di informarsi spesso abbia poco più che delle vaghe idee sulle sfide ambientali di questo secolo. Per comprendere più a fondo la fragilità e allo stesso tempo apprezzare la bellezza dei sottili equilibri tra gli esseri viventi servono delle buone basi in fisica, chimica, biologia e scienze della Terra, condite da una bella dose di senso critico. Questi strumenti dovrebbero essere forniti da ogni formazione scientifica di base, compresa quella liceale.

Per questo Vertenvie crede che per combattere l’atteggiamento di inerzia rispetto ai problemi ambientali sia necessario ripartire proprio dalla scuola, che dovrebbe fornire a tutti gli strumenti intellettuali dell’ecologia, fin da bambini e in particolare nelle scuole superiori. Invece negli ultimi decenni abbiamo assistito, purtroppo, a uno scadimento del sistema scolastico e universitario. La ricerca scientifica italiana è ancora fra le migliori al mondo, nonostante in quanto a finanziamenti pubblici l’Italia sia il fanalino di coda dell’Europa, con solo l’1,26% del PIL dedicato a ricerca e innovazione. Ma per quanto tempo ancora l’Italia potrà partorire le sue menti brillanti senza puntare al massimo su istruzione e ricerca?

Oltre al rischio concreto di un impoverimento intellettuale, soprattutto in ambito scientifico, il nostro paese soffre di una mentalità tendenzialmente individualista, che ci porta alla mancanza di senso di comunità e di lungimiranza, a non assumerci delle responsabilità, e inevitabilmente alla rassegnazione di fronte a problemi che ci sembrano insormontabili, come quelli ambientali. Prendersi cura dell’ambiente, che è di tutti, può essere lo spunto giusto per prendersi cura del Paese, e riaccendere un po’ di quel senso civico così assente oggi in Italia.

In politica, la piena consapevolezza degli innumerevoli e conclamati guai del nostro pianeta sembra essere ristretta ad alcune élites. Per il resto dei politici l’ambiente è quasi sempre all’ultimo posto nell’agenda. Il peggio è che non sono rari i fenomeni di antiambientalismo. Il caso tipico è quello dello scetticismo verso l’origine antropica del riscaldamento globale e l’associato cambiamento climatico. Si arriva perfino a negare il fenomeno in sé, contro ogni evidenza. È un atteggiamento antiscientifico che nasce da ignoranza e superficialità, e infatti non è un caso che chi nega il problema climatico spesso neghi numerose altre conquiste scientifiche come il legame tra HIV e AIDS, tra fumo e cancro, la teoria dell’evoluzione, o l’utilità dei vaccini, per citare i casi più eclatanti.

Quando poi la politica si mescola con gli interessi di certe grandi aziende, come quelle che costituiscono la filiera delle fonti fossili, allora è ovvio che oltre all’ignoranza ci sono anche degli interessi economici dietro lo scetticismo di stampo anti-ambientalista. Il problema è particolarmente grave nei paesi anglosassoni, dove esistono delle vere e proprie macchine del negazionismo: reti di esponenti politici, lobby del petrolio e mezzi di informazione che screditano il lavoro di migliaia di scienziati seri.

In realtà, è bene sottolinearlo, il riscaldamento globale ha un consenso scientifico praticamente unanime: non vi è più alcun dubbio che il fenomeno stia avvenendo e che sia causato principalmente dalle emissioni di gas serra dovute alle attività umane, così come vi sono pochi dubbi sulle grandi linee delle proiezioni climatiche per questo secolo, che prevedono un ulteriore aumento della temperatura terrestre tra 2 °C e 6 °C, a seconda degli scenari politico-economici. La macchina negazionista è stata particolarmente potente negli Stati Uniti d’America durante la presidenza di G. W. Bush. Ancora oggi negli USA solo metà della popolazione crede che il riscaldamento globale sia causato dall’uomo. Lo stesso vale per molti altri paesi dove, sebbene il grado di consapevolezza sia più elevato, la percentuale di quelli che percepiscono il riscaldamento come una minaccia è molto bassa.

In Europa è il primo partito inglese alle elezioni europee del 2014 a destare più di qualche perplessità: l’UK Independence Party (Ukip). Molti esponenti di questo partito, tra cui degli europarlamentari, partecipano attivamente alla negazione di qualunque problema ambientale. La posizione dell’Ukip si evince chiaramente dal documento ufficiale contenente la linea politica del partito: si propone di eliminare ogni finanziamento alle energie rinnovabili, smantellare le centrali eoliche e costruire nuove centrali carbone; si attacca la linea europea di riduzione delle emissioni di CO2, suggerendo che la CO2 non è “inquinante” ed è invece un gas “naturale” necessario alla crescita delle piante e alla vita sulla Terra. Inoltre l’Ukip ha più volte affermato di voler bandire la visione nelle scuole del documentario di Al Gore “Una scomoda verità”, e che “bisogna vietare di insegnare nelle scuole che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni di CO2, semplicemente perché il riscaldamento non sta avvenendo”. Al Gore aveva ragione: è una verità proprio scomoda.

Al di là dei fenomeni di estremismo antiambientalista, sicuramente poco condivisibili e in molti casi da condannare, la ragione della sfiducia nell’ambientalismo in politica è probabilmente dovuta a un preconcetto di natura economica: la convinzione profondamente sbagliata che la protezione dell’ambiente sia in qualche misura un freno alla crescita e al progresso. Ma come può esserci progresso se l’ambiente in cui il progresso dovrebbe avere luogo subisce dei gravi danni? Non dimentichiamoci che in passato alcune civiltà sono cadute anche per colpa dei collassi ecologici da loro stesse provocati. I due casi più noti sono gli abitanti dell’isola di Pasqua e la florida civiltà Maya, che hanno subìto un rapido declino anche a causa della deforestazione e del sovrappopolamento.

Ogni pratica economica che non tenga conto della finitezza delle risorse, o del loro deterioramento, è fondamentalmente sbagliata e destinata ad aggravare sia la crisi economica che una situazione ambientale già fragile. È proprio il caso del modello di sviluppo attuale, basato soprattutto sullo sfruttamento di risorse non rinnovabili e su processi altamente inquinanti, alla ricerca spasmodica dell’aumento del PIL; in un mondo con 7 miliardi di persone in espansione industriale e demografica perseguire la crescita secondo questo schema potrebbe farci fare con buona probabilità la fine dei Maya in tempi relativamente brevi e su scala planetaria.

L’ossessione dell’aumento del PIL pervade politica, televisione e giornali, specchio di una società consumistica il cui unico scopo sembra essere quello di produrre e spendere sempre di più. Ma per fortuna qualcosa comincia a muoversi e anche l’idea di declassare il PIL a vantaggio di altri indicatori economici si sta facendo strada nelle istituzioni. Fra i più popolari vi sono il GPI (Genuine Progress Indicator) e l’ISEW (Index of Sustainable Economic Welfare). Entrambi cercano di correggere il PIL includendo nel conteggio anche fattori sociali e ambientali, tipicamente la distribuzione del reddito e il costo dei danni ambientali.

Turbina eolica
Turbina eolica. Fonte: Pixabay

Sono in molti ad affermare che la transizione verso un’economia più sostenibile è possibile già adesso, con le attuali tecnologie. Si parla di transizione ecologica, un’espressione davvero azzeccata e suggestiva, che non vuol dire solamente passare alle energie rinnovabili, ma implica un ripensamento profondo del modello di società e dello stare insieme su questo Pianeta. Per riuscire nella transizione c’è bisogno del supporto di un’opinione formata e attenta ai temi ambientali, altrimenti la politica non avrebbe sufficiente margine di manovra.

Le azioni da intraprendere sono condivise unanimamente dai fautori della transizione ecologica e le principali sono le seguenti:

  • proteggere la biodiversità, il vero tesoro della Terra, perché l’esistenza dell’uomo è indissolubilmente legata a quella degli altri organismi, siano essi animali, piante, funghi, batteri o alghe azzurre. L’uomo non è che un ingranaggio dell’ecosistema globale
  • sviluppare un’economia più circolare, cioè un sistema di produzione e consumo concepito in modo da minimizzare l’inquinamento e il prelievo di risorse, riciclando e riutilizzando il più possibile
  • rendere l’economia indipendente dalle fonti fossili, produrre energia da fonti rinnovabili e sviluppare una rete di trasporti più sostenibili
  • produrre meno rifiuti e gestirli in modo più intelligente, riciclandoli e riutilizzandoli; stabilire norme più strette per ridurre gli imballaggi e i materiali non riciclabili
  • aumentare l’efficienza energetica nell’edilizia ristrutturando i vecchi edifici e costruendo solo edifici a bassissimo consumo o a “energia positiva”, che producono più energia di quanta non ne consumino
  • alcune correnti sostengono che non ci può essere una vera transizione ecologica senza una importante decrescita sia a livello di produzione che a livello demografico, per cui si auspica una decrescita sostenibile piuttosto che uno sviluppo sostenibile

I governi hanno a disposizione vari strumenti tecnici per promuovere questa transizione. Per contrastare le attività antiecologiche si va dai semplici divieti di inquinamento o di sovrasfruttamento di una risorsa fino a strumenti economici di vario tipo, fra i quali il più comune è la tassazione. Un esempio è il carbon tax, una tassa sulle emissioni di gas serra applicata soprattutto in Europa del nord e spesso oggetto di accesi dibattiti negli altri paesi; questa tassa diventa particolarmente interessante, e decisamente più coerente, quando il gettito viene utilizzato per finanziare i progetti di sviluppo sostenibile.

Un altro strumento economico, che può convivere con la tassazione, è il sistema del mercato dei diritti di inquinamento. In Europa viene utilizzato sulle emissioni di gas serra provenienti da aviazione civile, industrie, centrali elettriche e altre grandi installazioni, ed è forse il più avanzato al mondo. Il funzionamento è semplice. L’Unione europea fissa un tetto per le emissioni, che ogni anno viene abbassato in accordo con la politica di mitigazione dei cambiamenti climatici, e distribuisce alle imprese partecipanti delle quote di emissione (una quota = una tonnellata di CO2). Chi in un dato momento è a corto di quote non può emettere CO2, pena una salatissima multa. Le quote possono essere comprate e vendute tra le varie imprese, in modo che le emissioni verranno tagliate laddove è più facile farlo, in modo efficiente; saranno cioè le imprese più sostenibili a vendere le loro quote a quelle più inquinanti. Inoltre il prezzo delle quote non è fisso ma è determinato dal mercato stesso, per cui tende a salire con la scarsità dei diritti di emissione.

Goult - Véloroute du Calavon
Percorso ciclabile in Provenza. Fonte: Marianne Casamance / CC BY-SA

Ovviamente queste misure servirebbero a ben poco se i governi non sviluppassero anche le infrastrutture necessarie a garantire un’alternativa. Se ad esempio si mette un’ecotassa sulla benzina senza potenziare la rete ferroviaria e altri mezzi pubblici, incoraggiare l’uso della bicicletta e gli spostamenti a piedi con lo sviluppo di sentieri e piste ciclabili, allora c’è il rischio che la misura non sia efficace o peggio che non venga accettata dai cittadini. Similmente, a cosa servono gli incentivi sulle auto elettriche se non c’è una fitta rete di colonnine per la ricarica e l’energia elettrica usata per ricaricare proviene da fonti fossili?

Poi ci sono gli strumenti più sociali come le campagne di informazione e sensibilizzazione, spesso estremamente efficaci se ben organizzate. I temi più comuni sono l’uso della raccolta differenziata, gli ecogesti quotidiani, le conseguenze dell’abbandono dei rifiuti in strada, nei parchi o sulle spiagge. Di rado però i governi hanno promosso campagne informative sui problemi più gravi e urgenti quali la protezione della biodiversità e il riscaldamento globale. Uno dei pochissimi esempi, ma riuscito molto male, è la campagna “Tu controlli il cambiamento climatico” dell’Unione europea, effettuata nelle scuole e su internet. Il fatto che quasi nessuno abbia sentito parlare di questa campagna la dice tutta sugli sforzi della Commissione europea.

Infine non bisogna dimenticare che lo Stato deve promuovere la ricerca scientifica e tecnologica, che può essere determinante per la riuscita della transizione ecologica, grazie al miglioramento delle conoscenze delle interazioni uomo-ambiente e allo sviluppo di tecnologie più efficienti o completamente nuove.

L’Italia e l’Europa devono avere obiettivi più ambiziosi. Vi sono alcuni paesi modello come la Danimarca, famosa per la sua cultura della bicicletta, con più di 10000 km di strade nazionali riservate alle bici. La Danimarca produce già il 30% dell’energia elettrica con turbine a vento e pianifica di sbarazzarsi completamente delle fonti fossili entro il 2050. La sola città di Copenhagen possiede 400 km di piste ciclabili ed è stata votata più volte la città più vivibile del mondo. In Francia l’Assemblea nazionale ha approvato un interessante progetto di legge per una strategia di transizione energetica e crescita verde. Questo testo sarà un punto di riferimento internazionale durante l’importante conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP 21, che si terrà a Parigi alla fine del 2015. L’obiettivo della conferenza è raggiungere per la prima volta e dopo anni di pseudo-trattative un accordo universale e legalmente vincolante sulla riduzione delle emissioni di gas serra.

Trovare una buona strada per lo sviluppo sostenibile è essenziale anche per dare un esempio ai paesi poveri e in via di sviluppo. Infatti, se da un lato sono pienamente lecite le aspirazioni di questi paesi a raggiungere un benessere paragonabile al nostro, dall’altro se per raggiungerlo seguissero il nostro modello il risultato sarebbe catastrofico, visto che già oggi il 20% della popolazione mondiale consuma una volta e mezzo le risorse che la Terra è in grado di rigenerare ogni anno. La produzione di energia solare potrebbe essere un’ottima opportunità di sviluppo economico per i paesi più poveri dell’Africa e del Medio Oriente. Allo stesso tempo occorre contrastare l’esplosione demografica migliorando il livello di istruzione delle donne e la contraccezione.

Solone (638 a.C. – 558 a.C.), uno dei padri della democrazia
Solone (Atene, 638 a.C. – 558 a.C.), uno dei padri della democrazia. Fonte: Wikimedia Commons

Beh, eccoci arrivati alla fine di questo articolo. Abbiamo parlato di alcune delle soluzioni politiche alla crisi ecologica: far pagare chi inquina, tassare le emissioni di gas serra, promuovere le energie rinnovabili, formare i cittadini sui temi ecologici, aiutare i paesi più poveri a svilupparsi in modo ecosostenibile. Cosa possiamo fare noi? Moltissimo, se ognuno è più consapevole e porta le proprie idee di sostenibilità ambientale. Perché in fondo la politica non è che uno scambio di idee. Siamo noi intorno a un tavolo con gli amici o negli emicicli dei parlamenti. La politica nasce nella polis, la comunità, sia essa un piccolo gruppo di persone, una città o il mondo intero.

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Un pensiero su “La politica siamo noi”

  1. Riguardo le possibili soluzioni, bisogna vedere quanto queste siano indirettamente dipendenti dai combustibili fossili (ad es. costruzione, trasporto e mantenimento di nuovi pannelli solari).

    Una variabile importante da tenere presente e’ la carrying capacity (quanta popolazione e’ in grado di reggere un sistema), che puo’ venire temporaneamente aumentata con risorse non rinnovabili (ghost carrying capacity).

    Considerazioni interessanti a riguardo in questa presentazione:
    http://indico.cern.ch/event/378135/

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